
LA SAGGEZZA DELL'IRAN E LA PACE MONDIALE
Sul tavolo di lavoro dei governi occidentali poggia un "plicco proposta" dell'Iran che è stata consegnata 5 giorni fa al segretario generale dell'ONU e a Javier Solana che è il responsabile della politica estera dell' UE , nonché al ministro degli esteri svizzera che in questo momento svolge il ruolo di una "paese neutrale" tra l'Occidente e l'Iran.
Lo stesso sarà consegnato entro breve tempo alle cancellerie cinese e russo.
Il portavoce del "Consiglio per la Sicurezza Nazionale" dell'Iran, Ahmad Khadem è stato incaricato di informare i media di questo evento e rilasciare una dichiarazione sul contenuto della "proposta" iraniana per risolvere i problemi che attualmente affliggono l'umanità.
Khadem ha dichiarato; "In seguito al complicarsi della situazione internazionale e quella regionale e per i cambiamenti politici in alcuni scenari, nonché per l'indifferenza delle potenze e dell'ONU , circa il peggioramento delle condizioni in molti teatri di crisi nel medioriente e nel mondo, abbiamo preparato un'insieme di proposte basate su 4 linee principali che sono: la democrazia, la sicurezza energetica, la cooperazione economica internazionale e per ultimo, cooperazione nel campo del nucleare civile."
Khadem ha aggiunto; "le nostre proposte sono state maturate dopo profondi studi da parte dei nostri esperti in materia di politica e di diritto ed economia internazionale, tali proposte prendono in considerazione l'evolversi in negativo del scenario economico/energetico internazionale e quindi, propongono la fattibilità delle soluzioni multilaterali in campo di sicurezza, crescità economica ed energia, nonché il rispetto del diritto internazionale."
Khadem ha concluso dichiarando che ; "Abbiamo agito in tale senso per la responsabilità e l'umanità che caratterizza la nostra prassi politica verso i popoli che abitano questa terra come noi ed è la nostra esperenza che i potenti della terra siano capaci di cogliere l'occasione che l'Iran offere loro per cooperare a risolvere i problemi che affliggono l'umanità intera."

LA FINE DEL MONDO CHE CONOSCIAMO
…e la nascita del nuovo ordine energetico mondiale .
Petrolio ( quello americano, nessuno lo dice ma è solo il petrolio americano che costa cosi , mentre il petrolio dell'OPEC costa almeno 30 dollari in meno al barile) , 110 dollari al barile (oggi 06.052008 a 120 dollari al barile). Benzina, 3,35 dollari (o più) al gallone [0,88 $/litro]. Diesel, 4 dollari al gallone [1,06 $/litro]. Padroncini forzati via dalla strada. Gasolio per il riscaldamento domestico a prezzi esorbitanti. Carburante per aerei così costoso che nelle scorse settimane tre compagnie low-cost hanno smesso di volare. Si tratta solo di un assaggio delle più recenti notizie sull’energia, a segnalare un profondo cambiamento nel modo in cui vivremo tutti noi, in questo Paese e nel resto del mondo; tendenze che, come chiunque al momento può prevedere, diventeranno via via più pronunciate con la diminuzione delle riserve energetiche e l’intensificazione della lotta globale per la loro spartizione.
Energie di ogni sorta sono state un tempo estremamente abbondanti e hanno reso possibile l’espansione economica mondiale degli ultimi sei decenni. Da questa espansione hanno tratto beneficio, su tutti, gli Stati Uniti assieme ai loro alleati del "Primo mondo" in Europa e nella regione del Pacifico. Di recente, tuttavia, un gruppo selezionato di ex paesi del "Terzo mondo" – Cina e India in particolare – hanno tentato di prendere parte a questa fonte di prosperità industrializzando le proprie economie e vendendo un’ampia gamma di merci sui mercati internazionali. Questo, di conseguenza, ha portato ad uno scatto senza precedenti nel consumo di energia globale: un aumento del 47% nei soli ultimi 20 anni, secondo il Dipartimento dell’Energia degli U.S.A.
Un tale aumento non sarebbe motivo di grave ansia se i principali fornitori di energia del mondo fossero in grado di produrre l’ulteriore quantità richiesta di combustibile. Invece siamo di fronte ad una realtà spaventosa: il marcato rallentamento nell’espansione dell’offerta energetica globale proprio mentre la domanda sale a precipizio. L’offerta non sta esattamente scomparendo – sebbene questo, prima o poi, dovrà accadere – ma la sua velocità di crescita non è sufficiente a soddisfare l’aumento vertiginoso della domanda globale.
La combinazione tra aumento della domanda, emersione di nuovi potenti consumatori energetici e contrazione dell’offerta energetica globale sta demolendo quel mondo ricco di energia che ci è familiare e sta creando al suo posto un nuovo ordine mondiale. Lo si pensi in termini di potenze che emergono/pianeta che si restringe.
Il nuovo ordine mondiale sarà caratterizzato da una feroce concorrenza internazionale per le calanti riserve di petrolio, gas naturale, carbone e uranio, nonché da un instabile spostamento del potere e del benessere da Stati in deficit di energia, come Cina, Giappone e Stati Uniti, verso Stati che dispongono di un surplus, come Russia, Arabia Saudita e Venezuela. In tale processo, sarà in un modo o nell’altro influenzata la vita di tutti, e i consumatori poveri e di classe media nei Paesi deficitarii saranno quelli che ne sperimenteranno gli effetti più aspri. Vale a dire, la maggior parte di noi e dei nostri figli, nel caso non l’aveste ancora capito bene.
Ecco, in poche parole, le cinque forze chiave di questo nuovo ordine mondiale che cambierà il nostro pianeta:
1. Intensa concorrenza tra vecchie e nuove potenze economiche per le provviste energetiche disponibili. Fino a tempi molto recenti, le potenze industriali mature di Europa, Asia e Nord America facevano la parte del leone nel consumo di energia lasciando gli scarti al mondo in via di sviluppo. Nel 1990, i membri dell’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (OECD) – il club delle nazioni più ricche del mondo – consumavano circa il 57% dell’energia mondiale; il blocco Unione Sovietica/Patto di Varsavia ne consumava il 14%; mentre solo il 29% era lasciato al mondo in via di sviluppo. Ma la proporzione sta cambiando: per via della forte crescita economica, i paesi in via di sviluppo consumano una percentuale di energia mondiale sempre maggiore. Si prevede che la quota di energia utilizzata dal mondo in via di sviluppo raggiungerà il 40% entro il 2010 e, se le tendenze attuali perdurano, il 47% entro il 2030.
In tutto questo, il ruolo della Cina è cruciale. Secondo le proiezioni, i Cinesi da soli consumeranno il 17% dell’energia mondiale entro il 2015 e il 20% entro il 2025. Per allora, se i trend continuano, avranno sorpassato gli Stati Uniti come primo consumatore di energia del mondo. L’India, che nel 2004 rappresentava il 3,4% dell’uso energetico mondiale, secondo le proiezioni, raggiungerà il 4,4% entro il 2025, mentre ci si aspetta che il consumo cresca anche in altre nazioni in rapida industrializzazione, come Brasile, Indonesia, Malesia, Tailandia e Turchia.
Queste dinamo economiche emergenti dovranno competere con le potenze economiche mature per l’accesso alle risorse rimanenti e non ancora sfruttate di energia esportabile, di cui in molti casi hanno fatto incetta molto tempo fa le compagnie energetiche private delle potenze mature, come Exxon Mobil, Chevron, BP, la francese Total, e Royal Dutch Shell. Di necessità, i nuovi concorrenti hanno sviluppato una potente strategia per competere con le “grandi” occidentali: hanno creato proprie società pubbliche e costruito alleanze strategiche con le compagnie petrolifere nazionali che ora controllano le riserve di petrolio e gas in molte delle principali nazioni produttrici di energia.
La compagnia cinese Sinopec, ad esempio, ha instaurato un’alleanza strategica con Saudi Aramco, il gigante nazionalizzato che un tempo era di proprietà di Chevron e Exxon Mobil, per le ricerche di gas naturale in Arabia Saudita e per la commercializzazione del greggio saudita in Cina. Similmente, la CNPC (China National Petroleum Corporation) collaborerà con Gazprom – l’enorme monopolista russa del gas naturale a controllo statale – per la costruzione di gasdotti che portino il gas russo alla Cina. Molte di queste società pubbliche, comprese la CNPC e la Natural Gas Corporation dell’India, stanno ora iniziando a collaborare con Petróleos de Venezuela S.A. per la raffinazione del greggio pesante della fascia dell’Orinoco, un tempo controllata da Chevron. In questo nuovo stadio della concorrenza energetica, i vantaggi a lungo goduti dalle grandi società energetiche occidentali sono stati erosi da vigorosi parvenu, beneficiari di assistenza statale, nel mondo in via di sviluppo.
2. Insufficienza dell’offerta energetica primaria. Si sta riducendo la capacità dell’industria energetica globale di soddisfare la domanda. Secondo tutti i resoconti, l’offerta globale di petrolio aumenterà per forse un altro lustro prima di raggiungere il picco e cominciare a diminuire, mentre quelle di gas naturale, carbone e uranio probabilmente cresceranno per un altro decennio o due prima di raggiungere il picco e iniziare il loro inevitabile declino. Nel frattempo, l’offerta globale dei combustibili esistenti si dimostrerà incapace di corrispondere agli elevati livelli della domanda.
Si prenda il petrolio. Secondo il Dipartimento dell’energia degli U.S.A. alla domanda mondiale di petrolio, che secondo le stime raggiungerà i 117,6 milioni di barili al giorno nel 2030, corrisponderà contemporaneamente un’offerta che – miracolo dei miracoli – toccherà esattamente i 117,7 milioni di barili (compresi gli idrocarburi liquidi derivati da sostanze collegate come il gas naturale e le sabbie catramose canadesi). La maggior parte degli addetti ai lavori nel campo dell’energia, comunque, considera questa stima molto irrealistica. “Cento milioni di barili rappresentano ora, dal mio punto di vista, uno scenario ottimistico" ha detto, come è tipico, il CEO di Total Christophe de Mangerie a una conferenza sul petrolio tenutasi a Londra nell’ottobre 2007. "Non si tratta della mia opinione. è l’opinione dell’industria, o l’opinione di quelli che amano parlare in modo chiaro e onesto, e non [stanno] semplicemente tentando di compiacere qualcuno”.
Allo stesso modo, gli autori del Medium-Term Oil Market Report, pubblicato nel luglio 2007 dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, affiliata della OECD, sono giunti alla conclusione che la produzione mondiale di petrolio potrebbe toccare i 96 milioni di barili al giorno entro il 2012, ma è improbabile che si vada molto oltre con la scarsità di nuove scoperte che rendono una futura crescita impossibile.
I titoli delle pagine economiche mettono quotidianamente in rilievo un vortice di tendenze conflittuali: la domanda mondiale continua a crescere mentre centinaia di milioni di consumatori cinesi e indiani arricchitisi di recente si mettono in coda per acquistare la loro prima automobile (in alcuni casi per soli 2.500 dollari); i principali vecchi giacimenti petroliferi “elefante”, come Ghawar in Arabia Saudita e Canterell in Messico, sono già in declino o lo saranno presto; la velocità con cui vengono scoperti nuovi giacimenti precipita anno dopo anno. Quindi ci si aspetti una carenza energetica globale e che i prezzi alti siano una costante fonte di patimenti.
3. Penosa lentezza nello sviluppo di alternative energetiche. Ai governanti è chiara da molto tempo la disperata necessità di nuove risorse energetiche per compensare la futura scomparsa dei combustibili esistenti e per rallentare l’accumulo nell’atmosfera dei “gas serra” responsabili del cambiamento climatico. Infatti, in alcune parti del mondo energia eolica ed energia solare hanno preso piede in modo significativo. Alcune altre soluzioni energetiche innovative sono già state sviluppate e addirittura collaudate nei laboratori di università e aziende. Semplicemente, queste alternative, che ora contribuiscono all’offerta netta mondiale di combustibile solo per una piccolissima percentuale, non vengono sviluppate ad una velocità sufficiente a prevenire la multiforme catastrofe energetica globale che ci troviamo davanti.
Secondo il Dipartimento dell’Energia statunitense, nel 2004 i combustibili rinnovabili, comprendenti l’energia eolica, solare e idroelettrica (assieme ai combustibili "tradizionali" come legna ed escrementi), hanno fornito appena il 7,4% dell’energia globale; i biocombustibili hanno aggiunto un altro 0,3%. Al contempo, i combustibili fossili – petrolio, carbone e gas naturale – hanno fornito l’86% dell’energia mondiale, e l’energia nucleare un ulteriore 6%. Sulla base della velocità attuale di sviluppo e investimento, il Dipartimento ci offre la seguente deprimente proiezione: nel 2030 i combustibili fossili rappresenteranno ancora esattamente la stessa quota di energia mondiale che nel 2004. L’aumento previsto per le energie rinnovabili e i biocombustibili è talmente esiguo – un mero 8,1% – da essere praticamente irrilevante.
In termini di riscaldamento globale, le implicazioni sono niente meno che catastrofiche: secondo le proiezioni, il crescente affidamento sul carbone (specialmente da parte di Cina, India, e U.S.A.) comporterà un aumento del 59% delle emissioni globali di CO2 nei prossimi venticinque anni, da 26,9 a 42,9 miliardi di tonnellate. Il significato di questo dato è semplice. Se queste statistiche sono corrette, non c’è speranza di riuscire ad evitare i peggiori effetti del cambiamento climatico.
Rispetto all’offerta energetica globale, le implicazioni sono quasi altrettanto infauste. Per soddisfare la forte crescita della domanda energetica, avremmo bisogno di un enorme afflusso di combustibili alternativi che comporterebbero un investimento altrettanto enorme – nell’ordine dei trilioni di dollari – per assicurare che le nuove possibilità passino rapidamente dal laboratorio alla piena produzione; ma questo, è triste dirlo, non è verosimile. Invece, le compagnie energetiche maggiori (sostenute da generosi sussidi e agevolazioni fiscali del governo statunitense) stanno usando gli inaspettati profitti derivanti dall’aumento dei prezzi dell’energia in progetti estremamente costosi (e contestabili dal punto di vista ambientale) per l’estrazione di petrolio e gas in Alaska e nella zona Artica, o per la perforazione nelle profonde e difficili acque del Golfo del Messico e dell’Oceano Atlantico. Il risultato? Qualche barile di petrolio o metro cubo di gas naturale in più, a prezzi esorbitanti (con tanto di danno ecologico), mentre le alternative diverse dagli idrocarburi avanzano patetiche zoppicando.
4. Stabile migrazione di potere e ricchezza dalle nazioni in deficit energetico a quelle con un surplus. Vi sono alcuni Paesi – forse una dozzina in tutto – che dispongono di petrolio, gas, carbone e uranio (o una qualche combinazione di essi) sufficienti a soddisfare le proprie esigenze energetiche e fornire rilevanti surplus per l’esportazione. Non sorprende che tali Paesi saranno in grado di strappare condizioni sempre più favorevoli al gruppo molto più ampio costituito dai Paesi deficitarii che ne dipendono per le provviste vitali di energia. Tali condizioni, in primo luogo di carattere finanziario, si risolveranno in crescenti montagne di petrodollari accumulati dai più importanti produttori di petrolio, ma comprenderanno anche concessioni politiche e militari.
Per petrolio e gas naturale, i principali Paesi in surplus energetico possono essere contati sulle dita delle mani. Dieci Stati ricchi di petrolio possiedono l’82,2% delle riserve mondiali comprovate. In ordine di importanza, essi sono Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Venezuela, Russia, Libia, Kazakistan e Nigeria. I possedimenti di gas naturale sono persino più concentrati. Tre Paesi – Russia, Iran e Qatar – ospitano uno sbalorditivo 55,8% delle provviste mondiali. Tutti questi Paesi si trovano nella invidiabile posizione di poter approfittare del sensazionale aumento dei prezzi energetici globali e strappare ai loro potenziali clienti qualsiasi concessione politica ritengano importante.
Il trasferimento della ricchezza in sé è già strabiliante. I Paesi che esportano petrolio hanno raccolto, secondo le stime, 970 miliardi di dollari tra i Paesi importatori nel 2006, e ci si aspetta che gli introiti per il 2007, una volta calcolati, risultino di gran lunga maggiori. Una percentuale rilevante di questi dollari, yen e euro sono stati depositati in "fondi sovrani di investimento" [sovereign-wealth funds](SWF), conti giganteschi di proprietà degli Stati produttori di petrolio e schierati per l’acquisizione di importanti asset in giro per il mondo. Negli ultimi mesi, gli SWF del Golfo Persico hanno approfittato della crisi finanziaria negli U.S.A. per acquistare ampi pacchetti azionari nei settori strategici dell’economia statunitense. Nel novembre 2007, ad esempio, la Abu Dhabi Investment Authority (ADIA) ha acquisito un pacchetto da 7,5 miliardi di dollari in Citigroup, la più grande società di partecipazione finanziaria d’America; in gennaio, Citigroup ha venduto un pacchetto ancora più consistente, del valore di 12,5 miliardi di dollari, alla Kuwait Investment Authority (KIA) e a parecchi altri investitori mediorientali, tra cui il Principe al-Walid bin Talal dell’Arabia Saudita. I dirigenti di ADIA e KIA insistono sul fatto che non è loro intenzione usare le loro nuove partecipazioni in Citigroup e in altre banche e aziende statunitensi per influenzare la politica economica o estera degli U.S.A., ma è difficile immaginare che uno spostamento finanziario di tale entità, che nei prossimi decenni può solo acquistare ulteriore slancio, non si traduca in una qualche forma di ascendente politico.
Questo si è già verificato nel caso della Russia, che è risorta dalle ceneri dell’Unione Sovietica come prima superpotenza energetica del mondo. La Russia è ora il primo fornitore al mondo di gas naturale, il secondo maggiore fornitore di petrolio, e uno dei maggiori produttori di carbone e uranio. Molti di questi asset erano stati privatizzati per un breve periodo durante il regno di Boris Eltsin, ma il presidente Vladimir Putin li ha riportati per la maggior parte sotto il controllo statale, in taluni casi con mezzi legali straordinariamente opinabili. Egli ha poi utilizzato tali asset nelle sue campagne di corruzione o costrizione dirette alle ex Repubbliche sovietiche al confine con la Russia e da essa dipendenti per gran parte del petrolio e del gas di cui necessitano. I Paesi dell’Unione Europea hanno talvolta espresso la propria costernazione di fronte alla tattica di Putin, ma anch’essi dipendono dalle forniture energetiche russe e quindi hanno imparato a zittire le proprie proteste per far spazio al crescente potere russo in Eurasia. Si consideri la Russia un modello del nuovo ordine energetico mondiale.
5. Crescente rischio di conflitti. Nel corso di tutta la storia, i grandi spostamenti di potere si sono normalmente accompagnati alla violenza e, in alcuni casi, a lunghi periodi di sconvolgimenti violenti. Gli Stati all’apice del potere hanno lottato per prevenire la perdita dei propri privilegi, oppure gli sfidanti hanno combattuto per rovesciare chi stava in cima. Cosa accadrà ora? Accadrà forse che gli Stati in deficit energetico lancino campagne per estorcere con la forza le riserve di petrolio e gas degli Stati in surplus – la guerra dell’amministrazione Bush in Iraq potrebbe già essere considerata come un tentativo di questo tipo – o per eliminare i concorrenti tra i loro rivali deficitarii?
Gli alti costi e rischi della guerra moderna sono noti e vi è la diffusa percezione che i problemi energetici possano essere meglio risolti attraverso mezzi economici, non mezzi militari. Tuttavia, le potenze maggiori stanno utilizzando mezzi militari nel loro sforzo di guadagnare un vantaggio nella lotta globale per l’energia, e nessuno dovrebbe lasciarsi ingannare in merito. Queste iniziative potrebbero facilmente condurre a escalation e conflitti non intenzionali.
Un evidente utilizzo di mezzi militari nella ricerca dell’energia è ovviamente la regolare cessione di armi e servizi di supporto militare operata da Stati importatori di energia verso i propri principali fornitori. Sia gli Stati Uniti sia la Cina, ad esempio, hanno incrementato le loro forniture di armi ed equipaggiamenti a Stati produttori di petrolio, come Angola, Nigeria e Sudan in Africa, e, nel bacino del Mar Caspio, Azerbaijan, Kazakistan e Kirghizistan. Gli Stati Uniti hanno posto speciale enfasi sulla repressione dell’insurrezione armata nella fondamentale regione del delta del Niger in Nigeria, dove viene prodotta la maggior parte del petrolio del Paese; Pechino ha incrementato gli aiuti in armamenti al Sudan, dove le operazioni petrolifere condotte dai Cinesi sono minacciate da rivolte sia nel meridione sia nel Darfur.
Anche la Russia sta utilizzando lo strumento della cessione di armamenti nei propri sforzi per guadagnare influenza nelle principali regioni produttrici di petrolio e gas nel bacino del Mar Caspio e nel Golfo Persico. La motivazione di questo Paese non sta nell’approvvigionamento di energia per proprio uso, ma nel dominio sul flusso di energia verso altri. In particolare, Mosca cerca di ottenere il monopolio del trasporto del gas centro-asiatico verso l’Europa attraverso la vasta rete di gasdotti Gazprom; essa vuole inoltre attingere ai mastodontici giacimenti di gas dell’Iran, rafforzando ulteriormente il controllo della Russia sul commercio di gas naturale.
Naturalmente, il pericolo è che tali iniziative moltiplicandosi nel tempo provochino corse all’armamento locali, esacerbino le tensioni regionali, ed aumentino il rischio del coinvolgimento di grandi potenze in eventuali conflitti locali. La storia ci fornisce persino troppi esempi di errori di calcolo di questo tipo che conducono a guerre che diventano presto incontrollabili. Si pensi agli anni che hanno portato alla Prima Guerra Mondiale. Infatti, la somiglianza tra l’Asia centrale e il Caspio di oggi, con i loro complessi disordini etnici e le rivalità tra grandi potenze, e i Balcani degli anni precedenti il 1914 è ben più che fugace.
La somma di questo è semplice e deve farci riflettere: si tratta della fine del mondo come lo conosciamo. Nel nuovo mondo incentrato sull’energia in cui siamo tutti entrati ora, il prezzo del petrolio governerà le nostre vite e il potere sarà nelle mani di quelli che ne controlleranno la distribuzione globale.
In questo nuovo ordine mondiale, l’energia regolerà le nostre vite in modi nuovi e ogni giorno. Determinerà quando e per quali scopi useremo la macchina; a che temperatura imposteremo il nostro termostato; quando, dove, e persino se viaggeremo; sempre più, che cibi mangeremo (visto che il prezzo della produzione e della distribuzione di molte carni e verdure è profondamente influenzato dal costo del petrolio e dal fascino esercitato dalla coltivazione del mais destinato alla produzione di etanolo); per alcuni di noi, dove vivremo; per altri, a che attività professionali ci dedicheremo; per tutti noi, quando e in che circostanze andremo in guerra o eviteremo complicazioni estere che potrebbero portare a una guerra.
Questo ci porta ad una riflessione conclusiva: la più pressante decisione che il nuovo presidente e il Congresso si troveranno ad affrontare potrebbe essere quale sia il modo migliore per accelerare la transizione da un sistema energetico basato sui combustibili fossili a un sistema basato su alternative energetiche clima-compatibili.
Michael T. Klare è professore di Studi sulla pace e la sicurezza mondiale presso lo Hampshire College e autore di "Resource Wars" [‘Guerre per le risorse’] e "Blood and Oil" [‘Sangue e petrolio’]. Questo saggio è da considerare un’anteprima del suo ultimo libro, Rising Powers, Shrinking Planet: The New Geopolitics of Energy [‘Potenze che emergono, pianeta che si restringe: la nuova geopolitica dell’energia], recentemente pubblicato da Metropolitan Books. Un breve video in cui Klare discute dei principali argomenti trattati dal suo libro può essere visto cliccando qui.
Michael T. Klare
Titolo originale: " The End of the World as You Know It…and the Rise of the New Energy World Order"
Fonte: http://tomdispatch.com/
Link
15.04.2008
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di PAPIROFLEXIA

La terra vista dalla luna
UN PUNTO DI VISTA ECLETTICO SULLE ELEZIONI.
Azzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.
Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo (come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso. Lungi da me l’idea di difendere l’integralità del pensiero di Marx, che non era Nostradamus e non poteva prevedere altro che ciò che aveva sotto gli occhi. Poteva però estrapolare. Tra le sue estrapolazioni più felici vi fu quella che, prima o poi, lo sfruttamento non sarebbe passato solo attraverso la fabbrica.
Sulla scorta di questa nozione, tra gli anni Sessanta e i Settanta, numerosi teorici “estremisti” (gli “operaisti”) si accorsero che la classe operaia tradizionale perdeva terreno, e veniva smembrata pezzo per pezzo. Vi fu il “decentramento produttivo”, per cui la grande fabbrica cedeva attività a imprese minori nelle quali operai e impiegati godevano di un numero irrisorio di diritti. Seguì l’inganno del falso “lavoro autonomo”, in cui l’impresa stipulava con soggetti presuntivamente indipendenti accordi di collaborazione a termine. La caduta del Muro di Berlino e la globalizzazione permisero di impiantare attività produttive in ogni parte del globo, purché il lavoro vi fosse mal pagato e gli oneri fiscali vi fossero labili. Infine la glorificazione del precariato, con la Legge Biagi e altre, consentì di disporre di manodopera per il periodo voluto, dentro o fuori la tradizionale officina. Ciò stava avvenendo anche con l’immigrazione massiccia innescata dalle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale su paesi non in grado di reggerla.
Il ricatto ai lavoratori italiani era: o accettate le condizioni che vi offriamo, o andiamo a produrre in Croazia, in Polonia, in India, in Cina. Oppure assumiamo al vostro posto poveracci pronti a piegarsi a qualsiasi salario che li strappi alla fame. E voi, di lavoro, non ne troverete mai più.
In un quadro simile, la classe operaia poteva solo contrarsi e indebolirsi, come in effetti è accaduto. Si parla tanto dei metalmeccanici della FIOM, ma quanti sono oggi gli operai della categoria, rispetto a trenta anni fa? Hanno forse lo stesso grado di “coscienza di classe”?
No, non l’hanno. Decimati, sulla difensiva, stentano a riconoscersi persino come categoria. I sindacati che dicono di rappresentarli (e che, crollati i partiti di riferimento, si passano la staffetta del comando al di là di ogni procedura democratica, per investitura diretta) sono composti per metà da pensionati reclutati a forza nei Caaf. Hanno sopportato di tutto da chi doveva difenderli: flessibilizzazione, decentramento, allungamento dell’orario di lavoro attraverso l’imposizione di fatto dello straordinario, ecc. Se vogliono ancora protestare, lo faranno contro chi è pagato ancor meno di loro (gli immigrati), e su base territoriale, non di classe. E’ logico che chi sta fuggendo si rifugi anzitutto in casa propria.
Il voto alla Lega Nord (peraltro ampiamente sopravvalutato) meraviglia, a questo punto, solo gli ingenui. Ma passiamo ai restanti segmenti delle classi subalterne.
La sinistra, quando aveva un cervello e leggeva ancora, poteva trovare qualche indicazione sulla mappa perduta di classe in un aureo libretto dell’americano Henry Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, Einaudi, Torino, 1978. Braverman, un ex operaio americano, scriveva che la classe lavoratrice “protesta e si sottomette, si ribella o si lascia integrare nella società borghese, si considera classe o perde coscienza della propria esistenza, a seconda delle forze che agiscono su di essa e degli umori, delle congiunture e dei conflitti della vita politica e sociale. Ma poiché nella sua esistenza permanente essa è la parte viva del capitale, la sua struttura occupazionale, i modi di lavorare e la distribuzione nei settori industriali della società vengono determinati dal processo di accumulazione. Essa è presa, abbandonata, gettata in varie parti del meccanismo sociale ed espulsa da altre non in base alla propria volontà e attività, ma secondo il movimento del capitale” (pp. 379-380).
Il proletariato, in effetti, nella sussunzione reale non è affatto sparito, in particolare quello giovanile. Come aveva cercato di spiegare un’ampia letteratura fin dagli anni Settanta, si trova oggi disperso in mille forme di lavoro precario, falsamente autonomo, falsamente intellettuale. Si salda oggettivamente ad altri lavoratori, importati per eseguire quel tanto di lavoro manuale che è ancora indispensabile. Perseguitati, reclusi nei CPT, condannati socialmente perché la loro condizione non diventi mai regolare – ciò che condurrebbe a un intollerabile aumento di costo delle loro prestazioni. Non ne posso più di sentire portare a esempio di precariato i “lavoratori dei call center”, come se facessero parte di una sorta di mercato accessorio e marginale, e la loro precarietà discendesse da quella delle loro imprese. Andrebbe capito il ruolo sociale di un “call center”, nella sussunzione reale. Si tratta di aggiungere valore alle merci unendovi la comunicazione e l’informazione. Un “Tonno X” è identico a un “Tonno Y”, sugli scaffali. Ma se io faccio in modo che “X” sia legato alla nozione stessa di tonno, il “Tonno Y” resterà invenduto, al di là del suo valore d’uso, mentre il “Tonno X” andrà a ruba.
Comunicazione e informazione aggiungono valore, nell’attuale assetto del capitalismo. Ciò anche se questo non avviene in un luogo di lavoro riconoscibile. Anzi, la sua sede è proprio esterna. Cosa che vale per tantissime altre forme di immaterialità produttiva (altro tema ampiamente esaminato negli anni Settanta). L’obiettivo è sussumere il soggetto subalterno fuori dell’orario canonico di lavoro, quando si illude che il suo tempo sia “libero”. Condizionarne fantasia, immaginario, reazioni. Fargli produrre valore allorché si crede a riposo. Buona parte delle attività precarie è indirizzata a questa conquista. Antitetica alla vecchia formula socialista “Otto ore per lavorare, otto ore per istruirsi, otto ore per riposare”. Istruirsi e lavorare (nel senso di aggiungere valore alle merci) è diventato la stessa cosa. Ma si potrebbe aggiungere il riposo, visto che è il momento dei sogni, e quei sogni nascono condizionati.
Discorso astratto e visionario? Mica tanto. Negli Stati Uniti e in buona parte dell’Occidente l’industria dello spettacolo (cinema e soprattutto tv) e quella informatica sono oggi trainanti. Entrambe sono “immateriali”. Invece la finanza si è completamente staccata dalle attività concretamente produttive, e raggiunge livelli di scambio quotidiano impressionanti, senza riferimento al valore effettivo delle singole aziende.
In un quadro simile, in cui l’Occidente si specializza nella valorizzazione delle merci brute provenienti da altri continenti o da aree depresse, il proletariato bisognerebbe andarlo a cercare tra chi sta molto in basso (gli immigrati) o chi, apparentemente collocato meglio, ai margini della produzione diretta, in realtà contribuisce in maniera strategica all’aggiunta di valore alle merci. Operatori dei “call center”, certo, ma anche informatici subalterni, studenti inseriti nella “scuola-impresa”, figure effimere che transitano da un lavoro temporaneo a un altro, immigrati eternamente disponibili a reperire risorse con qualsiasi mezzo (“angeli” per la sinistra, “demoni” per la destra, quando non sono né l’una né l’altra cosa, bensì semplicemente proletari disperati), disoccupati, insegnanti, e via enumerando. Le nuove forme che il capitale ha modellato per la propria autovalorizzazione. Agenti e vittime dell’estensione del potere del sistema alle ore di non-lavoro, in cui è l’immaginario che domina, e prefigura i comportamenti del giorno dopo. Anche le “otto ore per riposarsi” si sono saldate, nel dominio, alle restanti sedici.
Soggetti di questo tipo o votano (in minoranza) per Berlusconi, che in qualche modo ha capito la loro funzione, sia pure da padrone, o non votano affatto. Come si potrebbero sentire rappresentati da una sinistra parlamentare (parlo della sconcia “La Sinistra l’Arcobaleno”, non del Partito Democratico, che è una sfumatura della destra) che non ha nemmeno capito la configurazione attuale della società? Che, suddivisa in molteplici “partiti comunisti”, è rimasta ancorata ai canoni di tre decenni orsono? La “centralità operaia” è indiscutibile, la FIOM (tanto antidemocratica quanto i vertici di CGIL-CISL-UIL) ne è il cuore. Spazio marginale abbiano i Cobas, le RdB, le varie espressioni del sindacalismo di base. I centri sociali, naturale raggruppamento a sinistra di migliaia, o decine di migliaia, di giovani, stiano calmi. Idem per i movimenti locali: No TAV, No Dal Molin, decine di altri. La lotta di classe diventa lotta per le poltrone. Bertinotti pontifica e lancia diktat: la non violenza è un dogma inviolabile, l’adesione alla dialettica parlamentare è fatto acquisito, le “liberalizzazioni” sono un valore da accettare criticamente però da appoggiare, il comunismo è un’idea puramente filosofica.
Raccoglie omaggi e consensi dagli avversari. “Che brava persona”, “Che uomo distinto”, “Con lui sì che si può ragionare”. Peccato che l’attuale composizione di classe non lo segua. La classe operaia che reggeva il PCI gli preferisce la Lega e la sua concretezza territoriale. Le aree che costituiscono la composizione proletaria presente ed egemonica non vanno nemmeno alle urne, per votare un partito comunista qualsiasi, tra i quattro o cinque in lizza. In chi mai dovrebbero identificarsi? Nessuno sembra capire le loro istanze e l’attuale assetto del lavoro. Le loro posizioni sono ferme agli anni Cinquanta. Trotzkismo? E che diavolo è oggi il trotzkismo?
Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza, extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o Beppe Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta. La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana. Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola. La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega – e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti necessari, se è a questo a cui si tiene. Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle ultime elezioni. Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci che si inventano nemici per meglio abbatterli.
Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui, nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O viene in tempi utili o si farà da soli.
Postato il Martedi 29 Aprile 2008 (6:50) di davide su:
http://www.comedonchisciotte.org
Di Valerio Evangelisti
Fonte: www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/04/002621.html#002621
28.04.08
L'ITALIA E LA POLITICA INTERNAZIONALE
premessa:
1- L'Italia , oltre ad essere il primo partner commerciale dell'Iran all'interno della UE, finora era anche il paese contrario a sanzioni contro l'Iran al di fuori del quadro ONU.
2- Il governo in uscità, non desidera contribuire a quanto potrà sostenere il prossimo futuro primo ministro Berlusconi, sul governo Prodi , disegnandolo come un governo che è andato contro l'intera UE.
"massimo D'Alema"
Il giornale israeliano Ha'artz del 22 aprile 2008 :
"sembra che ci sia una notevole disponibilità all'interno della UE per nuove sanzioni contro l'Iran, si tratta di sanzioni al di fuori di quelle stabilite dalle risoluzioni dell'ONU".
Ha'artz continua ; "attuale governo italiano, nella persona del Ministero D'Alema, negli ultimi giorni rimasti della vita del governo Prodi, ha informato le autorità israeliane che annullerà ogni contarietà espressa in passato per sanzioni del genere, prima di consegnare il governo al neo eletto Berlusconi, e che consiglierà i partner della Ue di aumentare le sanzioni contro l'Iran, stabilendo nuove sanzioni indipendentemente da ciò che è stato deciso dalle risoluzioni ONU."
Recentemente Israele sta cercando di convincere i governi dei paesi della UE di adottare nuove sanzioni , al di fuori di quelle stabilite dalle risoluzione dell'ONU, sulla questione nucleare contro l'Iran, per costringere l'Iran di sospendere le proprie attività nucleari civili, che secondo Israele "servirebberò ad produrre armi atomiche" , cosa non conefremata dall'AIEA e dalle ispezioni di questo oraganismo dell'ONU e quindi , come né dà notizia il giornale Ha'artz, il governo Italiano che finora aveva espresso la propria contrarietà a queste nuove sanzioni , ora, come conferma un diplomatico israeliano che ha chiesto di rimanere anonimo, con Massimo D'Alema , il ministero delgi Esteri Italiano, ha avvisato Israel che , durante la prossima riunione dei ministeri degli esteri della UE che si otterà a fine aprile, il governo di Prodi, prima di lasciare le consegne al neo governo di Berlusconi, annuncierà il cambio della propria politica al riguardo, nonché la disponibilità italiana per nuove sanzioni unilaterali contro l'Iran.
La fonte anonima israeliana ha dichiarato a Ha'artz che " siamo molto felici di questa decisione del governo italiano, ora con la partecipazione dell'Italia possiamo adottare nuove sanzioni contro l'Iran"!
Ha'artz aggiunge: "Silvio Berlusconi che presto sarà per la terza volta il capo del governo italiano, ha già informato le autorità israeliane che collaborerà pienamente ad ogni azione israeliana contro l'Iran".
Ha'artz scrive; "questo cambio di politica del governo Prodi pirma di lasciare il palazzo a Berlsuconi , nasce dalla situazione interna alla arena politica italiana, con questo gesto il governo di centro sinistra cerca di dimostrare di avere una politica più vicino a Israele."
La fonte:

L'11 settembre e i sionisti che confessano di averné beneficiato!
Leggiamo da Ha’aretz dell’17 aprile scorso che il caporione del Likud, il ben noto alle cronache Benjamin Netanyahu, ha affermato, riguardo all’11 settembre, che: “«Stiamo traendo beneficio da un grande evento, cioè dall’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono e quindi dalla guerra americana in Iraq», riporta Ma’ariv citando l’ex primo ministro. Secondo lo stesso giornale, Netanyahu avrebbe aggiunto che questi avvenimenti «hanno fatto oscillare l’opinione pubblica americana in nostro favore».” (Link)
Le affermazioni di Netanyahu corrispondono alla realtà. Dopo l’11 settembre infatti il clima si è messo al bello per Israele. Le trattative di Oslo volute dai laburisti e osteggiate proprio da Netanyahu e Sharon, allora uniti nel Likud, è stato definitivamente sepolto. Il timido processo negoziale non era in realtà nulla di risolutivo in quanto mirava ad annettere allo stato ebraico la parte di Gerusalemme abitata dai palestinesi e la maggior parte dei territori occupati (quelli ricchi di acque sorgive soprattutto) lasciando le zone più povere, dopo averle frammentate, al cosiddetto “stato palestinese”. Riservando oltretutto agli israeliani il controllo delle sue frontiere. Un progetto noto a chi ha studiato la storia del sionismo: prendersi la maggior parte della terra, dividere i palestinesi in bantustans ed escluderli dallo stato ebraico che altrimenti perderebbe la sua preziosa natura ebraica e razzista.
Le trattative di Oslo dovevano portare a sanzionare diplomaticamente tutto ciò facendo ingoiare l’amara pillola ad una parte malleabile dei palestinesi, all’Olp di Arafat. Tuttavia Yasser Arafat, che ancora aveva coscienza di quello che avrebbe fatto ai palestinesi se avesse avvallato il piano israeliano, rifiutò di piegarsi ai dictat convergenti di Israele e della Lobby ebraica americana che allora dominava l’Amministrazione Clinton, e per questo fu liquidato. Ad eliminarlo furono Sharon e Netanyahu, i dirigenti del Likud il cui governo era succeduto ai laburisti. I due erano i principali responsabili politici dell’assassinio di Rabin, nonché gli artefici del clima di violenza che aveva portato alla crisi del processo negoziale (si ricordi la provocatoria visita di Sharon alla Spianata delle Moschee).
Affermare che Sharon e Netanyahu sono stati gli affossatori di Oslo può far pensare, a chi non è addentro alla politica sionista, che il cosiddetto processo di pace fosse un processo vero che avrebbe realmente portato alla pace e alla stabilità nella regione. Questo non corrisponde alla realtà perché i palestinesi non accetteranno mai le riserve indiane o bantustans che Israele vuole per loro. Essi potrebbero anche accontentarsi, un giorno, di uno staterello ma solo se esso si estendesse su tutti i territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 (Cisgiordania, Striscia di Gaza, Gerusalemme Est) e se esso fosse effettivamente indipendente da Israele. I palestinesi vogliono uno stato vero, seppur piccolo, uno stato unitario che confini con i paesi arabi Siria, Giordania, Egitto, uno stato con capitale la città storica di Gerusalemme Est, dove si trova la moschea di Al Aqsa da dove si dice che il profeta Maometto ascese al cielo.
Le differenze tra Likud e laburisti sulla politica verso i palestinesi non differisce di molto. Perché allora eliminare Rabin e Arafat, i due elementi su cui era fondato il processo di Oslo? Il Likud rifiuta ogni trattativa e al suo posto ha stabilito un processo di separazione unilaterale dai palestinesi, senza alcuna trattativa, e dunque alle sue esclusive condizioni. Oslo prevedeva una autonomia (che i laburisti volevano solo amministrativa ovviamente) per Gerusalemme Est, stabiliva il congelamento della colonizzazione e bloccava la costruzione del muro dell’apartheid. Su questa base dovevano risolversi le trattative. Sharon e Netnyahu questo non potevano accettarlo. La separazione unilaterale del Likud ha annullato di fatto ogni possibilità di compromesso. Gli accordi di Annapolis, che dovrebbero riaprire le trattative, sono già falliti in partenza. Sono una maschera che Israele utilizza per coprire la faccia brutta della sua politica di separazione unilaterale. Le trattative non procedono mentre procede l’israelizzazione di Gerusalemme Est, la colonizzazione delle regioni ricche di acqua della Cisgiordania e la costruzione del muro. La funzione di questo mostruoso serpente di cemento (nonché ecomostro) è di assicurare a Israele la maggior parte della Cisgiordania e spezzettare la popolazione palestinese, nonché togliere la possibilità che i futuri bantustans in cui essi saranno rinchiusi possano un giorno confinare con i paesi arabi.
Netanyahu ha quindi ragione di dire che Israele “sta traendo beneficio” dall’11 settembre. E non solo per quanto riguarda la politica verso i palestinesi. Anche per quanto riguarda la strategia verso i paesi arabi. L’eliminazione dell’Iraq di Saddam Hussein ha rafforzato, almeno provvisoriamente, la posizione di dominio israeliana sul Medio Oriente. Dico provvisoriamente perché, contemporaneamente, ha creato un vuoto che ha permesso all’Iran di assumere un ruolo molto più importante di quello che aveva prima, quando era in qualche modo ostacolato proprio dall’Iraq di Saddam. Fa meraviglia se lo stesso Netanyahu se la prende ora con l’Iran?
“Netanyahu, scrive sempre Ha’aretz, ha paragonato Ahmadinejad ad Adolf Hitler ed ha definito il programma nucleare di Teheran simile alla minaccia che i nazisti facevano pesare sull’Europa alla fine degli anni ‘30. Egli ha aggiunto che l’Iran differisce dai nazisti per un unico aspetto. Ha spiegato che «laddove il regime nazista aveva scatenato un conflitto globale prima di sviluppare armi nucleari, l’Iran sta costruendo ordigni nucleari prima di iniziare un conflitto globale»”.
Paragonare i nemici di Israele a Hitler è un trucco ormai vecchio, prima di Ahmadinejad è toccato a Saddam Hussein, al libico Gheddafi, al siriano Assad, e tanto tempo fa a Nasser (che in realtà fu il primo della lista). Netanyahu, naturalmente dimentica che Israele ha già armi nucleari e termonucleari nonché i sottomarini con cui portarle a distanza ravvicinata dalle coste iraniane. Tutto questo però fa parte del clima favorevole che l’11 settembre a creato per Israele. Dopo l’Iraq, Netanyahu (ma non solo lui) prepara il terreno per la guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran.
Chi ha creato il clima favorevole a Israele?
Cosa sia stato a creare questo clima, lo sappiamo. La risposta è l’11 settembre e ora ce ne dà conferma lo stesso Netanyahy. Ma chi è l’artefice dell’11 settembre? Il dubbio che non sia stato il responsabile ufficiale, cioè Osama bin Laden, serpeggia e trova ascolto ampiamente nel mondo. Non voglio qui affrontare il tema dell’inchiesta ufficiale che attribuisce (assai frettolosamente) gli attentati al terrorista saudita. Essa fa acqua da tutte le parti e le sue contraddizioni sono state messe in luce da altri più bravi e informati di me. Voglio solo ricordare ai lettori alcuni aspetti del passato politico transatlantico di Netanyahu. Nel 1996, mentre ferveva il processo di Oslo, Benjamin Netanyahu e i suoi amici likudisti americani facevano circolare negli Stati Uniti un documento intitolato “Un taglio netto”. Il documento riguardava la politica israeliana ma era anche un invito agli ebrei americani di adoperarsi secondo le sue linee guida per modificare la politica USA in Medio Oriente. Nel documento si poteva leggere:
“Il governo di Benjamin Netanyahu si presenta con un certo numero di idee nuove. Pur essendoci alcuni che consigliano la continuità, Israele ha l'opportunità di fare un taglio netto col passato; può forgiare un processo di pace e una strategia basati su un fondamento completamente nuovo, un fondamento che rilanci l'iniziativa strategica. Per rendere sicure le strade e i confini[1] nel futuro immediato, Israele può (tra le altre misure) operare strettamente con la Turchia e la Giordania per contenere, destabilizzare e far battere in ritirata alcuni dei suoi più minacciosi nemici. Questa strategia richiede un taglio netto rispetto alla parola d'ordine 'pace globale' e il passaggio a un concezione tradizionale di strategia basata sull'equilibrio delle forze. Israele è ora in grado di modificare il suo ambiente strategico, in cooperazione con la Turchia e la Giordania, indebolendo, contenendo e perfino facendo battere in ritirata la Siria. Questo sforzo può convergere sulla rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq, un importante obiettivo strategico israeliano per diritto, come mezzo per frustrare le ambizioni regionali della Siria. La Giordania ha recentemente lanciato una sfida alle ambizioni regionali siriane suggerendo la restaurazione del regno Hashemita in Iraq. Siccome il futuro dell'Iraq potrebbe influenzare profondamente l'equilibrio strategico del Medio Oriente, è comprensibile che Israele abbia interesse a sostenere la casa reale Hashemita nel suo sforzo di delineare un nuovo l'Iraq. Il nuovo piano israeliano deve indicare un taglio netto col passato, abbandonando una politica che si fonda sulla ritirata strategica e ristabilendo il principio della guerra preventiva invece di quello della ritorsione soltanto e, infine, cessando di far assorbire colpi alla nazione senza rispondere. Il nuovo piano strategico israeliano può rimodellare la regione mediorientale in quei modi che permettano ad Israele di avere lo spazio di concentrare le proprie energie su ciò che è oggi la cosa più necessaria per il paese: ringiovanire la propria idea nazionale. In definitiva, Israele può fare ben più che limitarsi semplicemente a gestire, attraverso la guerra, il conflitto arabo-israeliano.(…). Quando Israele sarà un paese economicamente forte, libero, potente e in buona salute internamente, non si dovrà più limitare a gestire il conflitto arabo-israeliano; lo potrà trascendere”.
Oltre a Benjamin Netanyahu, gli autori erano Richard Perle, Douglas Feith e David Wurmser. Lo stesso anno, uno degli autori, David Wurmser, scrive un altro documento, questa volta per l'Istituto israeliano per gli Studi Politico-Strategici Avanzati. Il titolo è “Far fronte agli Stati in disfacimento: Una strategia occidentale e israeliana per un nuovo equilibrio delle forze in Medio Oriente”. La nuova proposta sionista non riguarda solo Israele ma gli Stati Uniti ed Israele. Vi troviamo scritto:
“Il futuro dell'Iraq influenzerà profondamente l'equilibrio strategico in Medio Oriente. La battaglia per dominare e delineare un nuovo Iraq rappresenta, per estensione, la battaglia per dominare, a lungo, l'equilibrio delle forze nel Levante. L'Iraq ha tentato di impossessarsi del suo vicino, il Kuwait, commettendo un errore catastrofico che ha accelerato la sua discesa nel caos interno. Questo caos ha creato un vuoto in un'area geo-strategica centrale, ricca di risorse umane e naturali. (….) Sarebbe allora prudente per gli Stati Uniti ed Israele abbandonare la ricerca per una ‘pace globale’ che includa un accordo di ‘pace in cambio di terra’ con la Siria, dal momento che questa strategia immobilizza gli Stati Uniti in tentativi futili di puntellare i tiranni locali e gli stati innaturali che essi governano. Gli Stati Uniti ed Israele, invece, possono usare la competizione per l'Iraq al fine di modificare l'equilibrio delle forze a vantaggio dei loro amici nella regione come la Giordania”. (Sottolineature e corsivi nostri).
Nei due documenti, il Likud e i neoconservatori sionisti americani, che poi si ritroveranno nell’Amministrazione Bush, già dettano il programma di politica estera e geo-strategica di quel futuro governo. Il loro piano però richiedeva l’alleanza con un certo numero di neoconservatori goyim. Questi saranno essenzialmente Cheney e Rumsfeld.
Netanyahu, il Likud, i neocon e il PNAC
Nel 1997 appare il Project for the New American Century o PNAC (Progetto per un nuovo secolo americano) un istituto di ricerca con base a Washington. Tra i suoi fondatori spiccano Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Ma non sono soli. Il Presidente ne è William Kristol, ebreo sionista e direttore del Weekly Standard, il settimanale di cui si dice che circoli ancora oggi, più di qualsiasi altra pubblicazione, tra i membri dell’Amministrazione Bush. Kristoll è anche una prestigiosa firma della TV Fox News. Tra i suoi membri più importanti vi sono i soliti neoconservatori sionisti, Paul Wolfowitz, Richard Perle, Lewis Libby. Oltre a Cheney e Rumsfeld, vi sono anche altri goyim, William J. Bennett, Jeb Bush, fratello di George, Richard Armitage, Zalmay Khalilzad, Ellen Bork ed altri.[2] La maggior parte però sono ebrei likudisti, amici e soci in affari politici di Netanyahu.
Le idee nuove propugnate dal PNAC riguardano la strategia americana globale, all’interno della quale però il Medio Oriente assume una posizione fondamentale. Il gruppo propugna una politica globale che mette in secondo piano la diplomazia, le istituzioni internazionali, i ‘processi di pace’ e promuove l’unilateralismo, l’azione militare, il regime change e la sovversione. Essendo, secondo il PNAC, lo spiegamento di forze della Guerra Fredda ormai obsoleto, occorre mettere in cantiere una aggressiva agenda imperiale di espansionismo e dominio globale delle forze armate USA. Non è chiaro ancora però dove principalmente debbano esplicitarsi l’azione militare unilaterale, il regime change e la sovversione.
Tutto diventa molto più chiaro nel 1998 quando il PNAC decide di scrivere la famosa lettera al Presidente Bill Clinton. Donald Rumsfeld e Paul Wofowitz, scrivono al presidente, Bill Clinton, spronandolo a rimuovere Saddam Hussein dal potere ricorrendo all’uso della potenza militare USA. La lettera sosteneva che Saddam, se fosse riuscito ad ottenere armi di distruzione di massa, sarebbe stato una minaccia agli Stati Uniti, ai suoi alleati nel Medio Oriente e alle risorse di petrolio nella regione. La lettera dichiarava anche che “la politica americana non può continuare ad essere paralizzata da una mal indirizzata insistenza sull'unanimità nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU”. Si argomentava inoltre che una guerra con l'Iraq sarebbe giustificata dallo spregio di Saddam Hussein per la politica di “contenimento” dell'ONU e per la sua “persistente minaccia” agli interessi degli Stati Uniti. La lettera proponeva un atteggiamento prepotente degli USA in Medio Oriente, in modo da spingere la “comunità internazionale” ad appoggiare la guerra e Israele. La guerra poi effettivamente andò avanti nonostante le riserve dell’ONU, di parte dell’Occidente e di tutto il resto del mondo. La lettera del 1998 al presidente Clinton mostra che una seconda Guerra del Golfo era una conclusione prevista e chiarisce i progetti di Rumsfeld, Wolfowitz e Perle, cinque anni prima dell'invasione dell'Iraq.[3] Rory Bremner, citando la lettera disse “questo è quello che vogliono e basta -cambio di regime-, non Blair, né l'ONU, né Hans Blix, né Francia, Germania, Russia, Cina, né la minaccia del terrorismo, o le riserve arabe, o la mancanza di prove, o le marce per la pace …. potranno intralciare la loro strada”.
Ancora più esplicito è il documento del PNAC del settembre 2000, due mesi prima delle elezioni che porteranno Bush alla Casa Bianca e un anno prima dell’11 settembre. É un rapporto di 90 pagine intitolato “Ricostruire le difese dell'America: strategie, forze, e risorse per un nuovo secolo”.
Dopo aver ribadito, ovviamente, che “l'America dovrebbe cercare di preservare ed estendere la sua posizione di leadership globale mantenendo la superiorità delle forze armate USA”, il documento si concentra sul Medio Oriente e raccomanda di migliorare la pianificazione e lo spiegamento militare in Iraq per ridurre gli sforzi dovuti all'imposizione della zona interdetta al volo (No Fly Zone) e alleggerire le porta-aerei. Quindi sostiene che è necessario usare il successo degli Stati Uniti nella Guerra del Golfo (1991) come esempio del perché il mondo necessita della potenza militare americana. Il rapporto dichiara inoltre che: “mentre il conflitto irrisolto in Iraq fornisce un'immediata giustificazione (per la presenza militare USA) la necessità di una presenza sostanziale delle forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein”. Cioè: bisogna stabilirsi solidamente in Medio Oriente, per realizzare il piano di regime change e sovversione che poi prenderà il nome di Grande Medio Oriente; per consolidare il regime di Israele e permettergli “di concentrare le proprie energie su la cosa più necessaria per il paese: ringiovanire la propria idea nazionale”. Perché sia chiaro che si vuole la presenza militare USA in Medio Oriente per modificarne l’ambiente politico, ecco subito un riferimento all’Iran.

“Inoltre sul lungo termine -- afferma il documento -- l'Iran può dimostrarsi una grossa minaccia agli interessi USA nel Golfo analogamente all'Iraq. E anche se migliorassero le relazioni USA-Iran, mantenere le forze militare in avanguardia nella regione sarebbe un elemento essenziale nella strategia di sicurezza degli USA, visti gli interessi americani di lunga data in quelle zone”.
Quindi dopo l’Iraq, deve essere il turno dell’Iran e, anche se “migliorassero le relazioni USA-Iran” (con un bel regime ch’ange a Teheran), le truppe USA devono restare nella regione.
Un bel piano sionista, indubbiamente. Ma come realizzarlo? Accetteranno mai gli americani di andare in guerra, anzi in una lunga serie di guerra, per Israele contro paesi che non rappresentano, malgrado le bugie PNAC, nessuna minaccia per gli Stati Uniti? Non sarà facile convincerli. A meno che…..
L’11 settembre
Gli strateghi del PNAC temono che realizzare il loro piano “rivoluzionario” prenderà molto tempo in condizioni normali. Bisogna forzare la mano a queste benedette condizioni normali. Il rapporto si chiude su questa affermazione:
“Il processo di trasformazione, anche se porterà un cambiamento rivoluzionario, risulterà molto lungo, se non si dovesse verificare un evento catastrofico e catalizzante, come una nuova Pearl Harbour”.
La nuova Pearl Harbour era già in programma e si sarebbe chiamata 11 settembre.
Come non ho voluto parlare prima della versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre, che attribuisce la responsabilità a bin Laden, così non mi interessa ora analizzare tutti quei fatti già accertati o ancora sospetti riguardanti il coinvolgimento del Mossad nel crollo delle Twin Towers, né la partecipazione di questo o quel rappresentante della lobby allo sfruttamento economico dell’evento. Non parlerò quindi del caso degli oltre 100 agenti del Mossad che monitoravano i movimenti di Mohammed Atta e soci, dei quattro agenti del Mossad che riprendevano con telecamere a distanza il crollo delle torri dopo aver cercato con un camioncino superattrezzato il luogo migliore per le riprese, ovviamente prima che gli aerei giungessero sull’obiettivo. Non dirò delle comunicazioni precedenti tra Mossad e CIA sulla immediatezza degli attacchi, da almeno un mese prima dell’11 settembre. Non dirò delle speculazioni sui titoli delle compagnie aeree americane o su società con sede nelle Torri Gemelle, alcuni giorni prima degli attentati; speculazioni che hanno portato enormi guadagni ad un gruppo di borsisti e rappresentanti del capitale finanziario, e di cui erano a conoscenza sia i servizi segreti americani, sia il Mossad. Non diremo della fortuna accumulata da Larry Silverstein, noto ebreo sionista e proprietario del WTC 7, edificio fatto da lui abbattere con una demolizione controllata a ore di distanza dal crollo delle Torri. Non diremo delle sue speculazioni colossali realizzate con l’affitto, solo pochi giorni prima dell’11 settembre, di vasti locali delle Torri stesse. Non diremo della distruzione dei dati riguardanti i movimenti di borsa precedenti l’11 settembre, conservati, guarda caso, proprio nel WTC 7 di Silverstein. Evidentemente quel crollo doveva assolutamente cancellare molte prove scottanti. Frammenti, anche importanti, di un legame tra Mossad, rappresentanti della lobby e tragedia dell’11 settembre sono già noti. Tutta la storia non potrà mai essere ricostruita. Faccio un ragionamento politico e ricostruisco, su base di documenti, una strategia politica i cui autori sono in calce ai documenti citati. Questi autori sono neoconservatori americani ed ebrei-americani, uniti in un sodalizio sionista con organizzazioni della lobby ebraica (PNAC; JINSA, AIPAC, ecc), con l’industria militare, con organizzazioni private nel campo della difesa, con i servizi segreti USA e israeliani. Tra di essi, un posto di rilievo lo occupa certamente Benjamin Netanyahu. Il sionismo likudista di Sharon e Netanyahu non è estraneo agli attentati dell’11 settembre. L’attuale capo del Likud e autore delle parole riportate all’inizio di questo articolo è, senza dubbio, l’elemento di raccordo, nell’ambito dei fatti dell’11 settembre, tra Israele e Stati Uniti. Diversamente da Sharon, che non parlava nemmeno l’inglese, Netanyahu, da lungo tempo, in America è di casa. Parla perfettamente l’inglese, ha tentato una carriera da attore a Hollywood, è amico della cantante Barbara Streysand, ebrea sionista neoconservatrice, gode di legami profondi con gli ambienti ebraici influenti a Washington, opera in combutta con i neoconservatori ebrei, i giornali ebraici come il New York Times e il Washington Post riservano ampi spazi ai suoi articoli o a quelli che ispira ai suoi amici giornalisti, ecc. E si, assolutamente, sugli attentati dell’11 settembre e sugli effetti benefici per Israele Netanyahu la sa lunga e potrebbe fornire informazioni di prima mano…. la sua mano.

Riflessione del giorno dopo il diluvio
Ho già ricevuto molte lettere e telefonate disperate. Il loro dato comune è che "non c'è più niente da fare", "l'Italia è stata guastata in modo irrimediabile", "gli italiani hanno scelto il peggio, dunque è quello che si meritano, peggio per loro, e anche per noi". Qualcosa di simile al saragattiano (ma chi era costui?) "destino cinico e baro".
E' un errore. La foto dell'Italia che emerge da queste elezioni è una foto truccata. Truccata dalla legge truffa con cui la coppia Veltroni-Berlusconi ci ha costretto a votare.
Non c'è dubbio che i guasti del berlusconismo sono penetrati in profondità in tutti i settori della società italiana, e di questo si dovrà molto discutere per cercarne le cause.
Ma a sinistra si è votato sotto costrizione. Tutti abbiamo votato per costrizione, di fronte a una scheda che non permetteva di scegliere, di fronte al ricatto del voto "utile". Veltroni ne ha fregati molti, a milioni, con questo trucco. Colpa loro? Anche, ma colpa derivata. Chi ha in mano il bastone dei media amici può fare questo ed altro, e Veltroni li aveva e li ha amici (inutile parlare di Berlusconi).
Non esiste più una sinistra? Un campo democratico della solidarietà, della giustizia sociale? Un campo pacifista, un campo operaio? Un campo giovanile e precario? Un campo veramente ambientalista, un campo che guarda a un'altra società, che non sia ostile all'Uomo e alla natura? Niente affatto! Esso esiste ed è grande.
Ma è stato privato della sua rappresentanza. Anche per colpa dei suoi dirigenti inetti, questo è certo, perchè solo degli inetti potevano concepire una campagna elettorale come quella fatta dalla Sinistra Arcobaleno. Che ha ingannato i suoi elettori potenziali facendo loro credere che un centro sinistra sarebbe ancora stato possibile. E questi hanno votato Veltroni (ritenendo che fosse ancora di sinistra), oppure hanno dato voto disgiunto. Gli altri non sono andati a votare, per delusione, per sconcerto e per rabbia.
Ma quei milioni di elettori di sinistra non sono spariti. Esistono. Non si vedono solo perchè il gioco di prestigio funziona. Dobbiamo romperlo, prima di tutto noi.
Dunque, cari compagni e cari amici, non facciamoci ingannare due volte. La frittata è venuta rotonda soprattutto perchè la padella che ci hanno messo di fronte, senza possibilità di scelta, era rotonda. Ma la società italiana è piena di spigoli, che non tarderanno a farsi sentire. Naturalmente se non piangeremo di fronte a una fotografia ritoccata.
Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=6513
15.04.08
La foto qui sopra e l'articolo di Giulietto chiesa compongono (a mio avviso) lo stato psicologico di quanti in Italia , ora e dopo le ultime elezioni, si sentono non più partecipi della rappresentazione democratica del paese .
Ieri sera Fausto Bertinotti nel programma di Bruno Vespa , quasi con le lacrime agli occhi, ripeteva (inutilmente) la propria angoscia per questa cancellazione della "protesta sociale istituzionale" di cui il suo partito era incaricato finora.
Si capisce che con l'udc di Casini al centro e la sinistra arcobaleno a sinistra, al partito di Veltroni mancano ora quei voti (circa 7-8 %) che distanziano il PD dal PDL.
Ora molti dirigenti e intellettuali di sinistra comunista (ma esiste ancora !?!) , analizzando il voto degli italiani che gli ha praticamente cancellato, propongono (come ricetta per una futura vittoria elettorale forse ? perché altrimenti a cosa potrà servire?) di "RICOMINCIARE DAI CANCELLI DELLE FABBRICHE"!!! ma forse è meglio non agire a caldo , credo infatti che forse è meglio cominciare (e non ricominciare) dai corridoi dei centri commeciali e dalla quantità (oceanica) dei giovani che vagabondano questi centri !
Sul piano internazionale, per vedere quale sarà l'effetto della amicizia di Berlusconi con l'America, ci sarà da aspettare le prossime future elezioni americane, se vince Barak Obama, non credo che questa "amicizia" possa fruttare ancora qualcosa, fino a quell'appuntamento e nell'immediato, non vi è dubbio alcuno che Israele è ben felice di questa vittoria berlusconiana, dovrebbe esserné felice anche Sarko, come anche tutte le altre destre xenofobe/islamofobe europee.
Ma credo che ancor prima di tutte queste osservazioni, bisogna dare importanza assoluta a quel che pensano e ciò che vogliono da Berlusconi, quelli che lo hanno fatto vincere (non mi sto rivolgendo a Veltroni) cioé, i suoi elettori insieme a tutti i traditori di tutti i colori.
Credo fermamente che proprio a Berlsuconi è toccato il ruolo del "salvatore" della politica italiana, ora gli italiani che con il proprio voto hanno cancellato uno degli incubi peggiori di Berlusconi (i comunisti) , da lui vogliono fatti e non più parole, intanto e solo per cominciare, fatti come eliminazione dell'ICI e del bollo auto anderebberò più che bene, ma non credo che si potrà rimandare più di tanto le questioni di microeconomia che collocano l'Italia in una posizione imbarazzante in europa.
"reza"
Europa, tra Islam e Americanismo
di Fabio Calabrese *
Maurizio Blondet segnala sul sito della effedieffe (http://www.effedieffe.com/) di aver ricevuto in data 31 marzo la lettera di un lettore di cui riporto un breve stralcio:
“Lei giustamente combatte l’invadenza giudaico-americana, però è portato a sottovalutare drasticamente il pericolo islamico. Tratta sempre gli islamici come dei bonaccioni un poco impulsivi, che - poverini – soffrono tanto e perciò sono da giustificare, per le loro azioni, per i loro pensieri. E’ vero, gli islamici soffrono per mano degli americani, per mano degli ebrei. E tuttavia la loro arroganza sarebbe la stessa, con o senza l’esistenza di Israele.”
Io adesso non riporto la risposta di Blondet che, per parte sua, è in grado di replicare benissimo a chicchessia; quello che mi preme evidenziare, invece, è che questa lettera è un esempio di una certa confusione dell'opinione pubblica sulla questione dei rapporti con il mondo islamico che mi sembra altrettanto diffusa nei nostri ambienti. Il fatto che un certo rinfocolarsi di polemiche a questo riguardo sia stato acceso dal battesimo del signor Magdi Allam, mi sembra un dato in sé trascurabile. Questo giornalista ex islamico ha scoperto che si può fare una bella carriera leccando le natiche giuste, ed a questo riguardo, il fatto che sia o si professi cristiano, mussulmano, buddista o sikh, è del tutto indifferente. Parlando di confusione o di incertezza di prospettive riguardo alla questione islamica nei nostri ambienti, mi pare che si faccia ancora un understatement; diciamo la verità, quando identifichiamo l'islam con l'immigrazione, un'immigrazione incontrollata che rischia di stravolgere le nostre basi etniche, soprattutto di fronte ad una politica demenziale che favorisce gli immigrati a scapito della nostra gente nei posti di lavoro e nell'assegnazione degli alloggi, allora la nostra reazione è di comprensibile, ovvia, ostilità, soprattutto di fronte all'atteggiamento ipocrita della sinistra e della Chiesa cattolica che si sono scordate, o fanno finta di essersi scordate l'aureo detto che “la carità comincia a casa propria”.
Quando invece vediamo le nazioni islamiche che, oggi come oggi, sono le principali vittime ed il principale ostacolo all'arroganza del disegno di dominazione mondiale sionista-americano, soprattutto l'Iran, che tiene coraggiosamente testa al colosso americano, non possiamo provare altro che simpatia, ammirazione e un po' di invidia. Anche noi vorremmo poter tenere convegni sul revisionismo senza che seri studiosi colpevoli solo di aver espresso opinioni finiscano in galera (David Irving) o subiscano attentati su cui la polizia non indagherà mai (Robert Faurisson); anche noi vorremmo che in Italia ci fossero altrettante basi USA quante ce ne sono in Iran, ossia zero. Allora, come si risolve questa contraddizione? Il punto è che prima di stabilire se si debba essere contro qualcosa o meno, bisogna prima avere le idee chiare su per che cosa si è, in difesa o per l'affermazione di quali valori positivi intendiamo agire. Nello specifico, non mi pare ci possano essere dubbi; noi siamo, dovremmo essere con forza e senza tentennamenti da una parte sola, quella dell'Europa, della sua civiltà millenaria, la cui centralità politica è stata distrutta sessant'anni fa dalla più disastrosa guerra della storia umana, e che oggi è minacciata nella sua sopravvivenza come popoli, come etnie e come cultura. Affrontiamo per prima cosa il nodo dell'immigrazione. A mio parere, il problema non è dato dal fatto che una percentuale piuttosto alta degli immigrati (il 70%) sia di religione islamica, il problema è l'immigrazione in quanto tale. Cerchiamo di capire una cosa fondamentale: l'immigrazione significa una crescente proliferazione di non-Europa, di cellule, di enclaves inassimilabili etnicamente e culturalmente nel tessuto della società europea, l'equivalente di un cancro, in maniera del tutto indipendente dalla questione religiosa. Gli obiettivi di chi voglia agire in difesa della civiltà europea e quelli della Chiesa cattolica e delle altre Chiese cristiane sono radicalmente incompatibili. Se non ci fosse una maggioranza di islamici fra gli immigrati, per le Chiese cristiane, la sostituzione di un “gregge” color caffelatte alla popolazione europea: istruita, laica, secolarizzata e che si va sempre più allontanando dal cristianesimo, sarebbe quanto di più sommamente desiderabile. Per questo motivo l'atteggiamento delle Chiese sull'immigrazione è quanto meno ambiguo: si va dalla paura dell'islamizzazione del nostro continente alla politica dell'accoglienza a braccia spalancate e brache calate. Se cerchiamo di andare alla radice del fenomeno, la spiegazione è relativamente semplice: il “nuovo ordine mondiale” capitalistico, la globalizzazione, che crea in alcune aree del nostro pianeta condizioni invivibili, mentre in altre crea una situazione di declino demografico e di senescenza della popolazione mediante politiche che ritardano l'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e penalizzano la formazione di una famiglia e la maternità, e non è nemmeno tanto difficile capire che i beneficiari principali di questo “nuovo ordine mondiale” che condanna a morte l'Europa, sono gli esponenti di quello strato alto-borghese di capitalismo soprattutto bancario e finanziario sostanzialmente apolide che trova negli Stati Uniti la sua mecca ed il suo principale motore politico ed economico, ed in questo quadro il “pericolo islamico” nel Vecchio Continente è semplicemente uno sgradevole effetto collaterale. C'è quella che non è nemmeno un'idea, ma piuttosto una totale falsità, destramente spacciata per un luogo comune, come una banalità talmente ovvia che su di essa non vale la pena di soffermarsi (anche perché se ci si soffermasse su di essa, si rischierebbe di scoprirne la totale falsità e la pericolosità delle sue implicazioni), ossia il presupposto che esista una comune “civiltà occidentale” sulle due sponde dell'Atlantico, l' “occidente giudeo-cristiano” in nome del quale saremmo chiamati a raccolta contro l'islam non – si badi bene – non per contrastare l'islamizzazione dell'Europa portata dall'immigrazione, ma per contribuire assieme al “grande fratello”, al Golia, al Polifemo americano, a schiacciare quei popoli e quelle forze, a cominciare dall'Iran, che ancora si oppongono al dominio planetario americano-sionista. Che “la cultura” americana derivi da quella europea ma in forma talmente ridotta, mutila ed infantile (al punto da non elevarsi, se spogliata del suo involucro tecnologico, al di sopra di quella di una tribù africana delle più primitive), al punto da essere totalmente altra da quella europea, o perlomeno da ciò che la civiltà europea è stata e sarebbe ancora oggi senza sessant'anni di plagio mediatico proveniente da oltre Atlantico, lo sapevamo già, anche se a partire dall'agosto scorso sono venute a ricordarcelo una serie di trasmissioni televisive che hanno commemorato il trentennale della morte della rockstar Elvis Presley, rammentandoci il fatto che una grandissima fetta di americani non riesce a rassegnarsi ancora adesso alla sua dipartita, vuole credere che sia ancora vivo da qualche parte, gli tributa ancora un'adorazione postuma quale ci aspetteremmo per un grande riformatore, un messia, un leader religioso o politico di quelli che cambiano il corso della storia. Vogliamo scherzare? Stiamo parlando di null'altro che di un cantante, non solo, ma del bell'esempio dato da un uomo che ha dissipato la sua vita fra alcool, droga ed abusi alimentari, al punto da lasciare questa valle di lacrime poco più che quarantenne. Questo “culto” c'è davvero da chiedersi in cosa differisca sostanzialmente da qualche “culto del cargo” della Papuasia, dal vudu haitiano o dalla macumba del Brasile. C'è di più, potremmo dire che la “cultura” americana deriva da quella europea come scarto, come escremento, come ciò, precisamente che l'Europa ha espulso da sé riconoscendone l'estraneità rispetto alla sua anima più profonda, è letteralmente l'anti-Europa. Questo punto, d'importanza tutt'altro che secondaria, è stato messo bene in rilievo da un bellissimo saggio di Sergio Gozzoli, L'incolmabile fossato, che fu pubblicato sul numero 19 della rivista “L'Uomo libero” nel 1984 ed è stato recentemente riproposto in internet ( http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=94 ); eccone un piccolo stralcio:
“ E’ proprio ciò che apparentemente unisce i due mondi, quel che in realtà più a fondo li divide: poiché ciò che l'America ricevette dall'Europa negli ultimi tre secoli, facendolo proprio e fondandovi sopra la sua filosofia di vita, è esattamente tutto quello che, pur nato in Europa, l'Europa rifiutava e rigettava. Quello che doveva costituire l'anima stessa del "mondo americano", era proprio tutto ciò che la vecchia Europa "scartava", per una radicale inconciliabilità con la essenza profonda della sua anima civile e storica (...). Calvinismo, capitalismo bancario e industriale, razionalismo filosofico e illuminismo politico, Massoneria, Rivoluzione borghese, pur dopo grossi successi iniziali, furono sosta